Thursday, 8 May 2014

Piave


Contra la credenza generale, la situazione militare e politica della Monarchia Austro-Ungarica pareva esplicitamente buona nell’estate del 1918. La Monarcha era già oltre le paci vittoriose con i rumeni, gli ucrainiani e i russi, e le sue armate stavano dappertutto in terra di nemico.
I bene informati invece sapevano, che stanno davanti alle ultime, decisive pieghe della guerra. Lo spirito dell’armata non era da comparare con quello del 1914, le diserzioni erano quotidiane, e in febbraio anche la formazione d’élite, la flotta si è ribellata. Per i leader era chiaro che una grande vittoria potrebbe ricuperare il morale dell’armata, ma il progetto dell’ofensiva al Piave si preparò, malgrado ogni pressione del comando generale tedesco, solo per giugno. Anche il re Carlo e la maggioranza dei suoi generali esitavano di ordinare l’offensiva, perché sapevano quanto era in messa.
Nella luce di questa situazione è molto interessante la storia dell’«assalto» di Svetozar Boroević, il generale risponsabile per l’offensiva, e dell’ammiraglio Miklós Horthy. pubblicata per la prima volta all’inizio degli anni 90 dall’eccellente ricercatore del tema, dr. Károly Csonkaréti.



Horthy Miklós.
Disegno di Lühnsdorf Károly 1937.

Svetozar Boroevic,
Disegno di Oskar Bruch , 1915.


Il capitano di vascello Miklós Horthy, cinquantenne nel 1918, il 27 febbraio fu nominato dal re Carlo contrammiraglio e comandante della flotta. La promozione era ovviamente il risultato della sua attività militare di fino allora: ha preceduto undici contrammiragli e ventiquattro capitani di vascello più avanti in rango – e non per caso. In contrasto ai precedenti ammiragli Maximilian Njegovan (60) e Anton Haus (67), il nuovo comandante supremo era di spirito esplicitamente offensivo, che non temeva neanche le azioni «sfacciate».

Porto militare della flotta della Monarchia a Pola, foto di Frigyes Schoch fortepan.hu.
 
Il 5 aprile il sottotenente di vascello József Veith con alcuni marinai suoi si è sbarcato a Ancona per spiare le nuove armi italiani. I bravi marinai erano già a ritorno, quando erano notati e caduti prigionieri. (Per maggior precisione, gli italiani li hanno notati più volte, ma pensavano che i marinai in uniforme austro-ungarico che parlavano in italiano erano inglesi. Non è uno sbaglio: i bravi e sfacciati marinai circolavano nel proprio uniforme alla base italiana.)
Una delle conseguenze dell’affare, che è diventata grave più tardi, era che il comandante della base, il capitano di corvetta Luigi Rizzo doveva corriggere il suo errore, o doveva rispondere davanti al tribunale di guerra.
In maggio Horthy ha mandato il suo amico, il capo di stato maggiore, capitano di vascello Emil Konek di Norwall, a Udine, per raccomandare un progetto molto notevole al generale Svetozar Boroević, il comandante generale delle armate dell’Isonzo.


Emil Konek nel 1907, come ambasciatore alla conferenza di pace all’Aia.
 
Le basi del progetto erano:
  1. Gli incrociatori provvisti con cannoni a 30,5 e a 24 sul littorale e sul fiume Po provvedono appoggio d’artiglieria all’offensiva di terraferma
  2. e nello stesso tempo l’altra parte della flotta nello stretto d’Otranto va in offensiva e rompe il blocco dell’Entente.
Se eranno usuali incrociatori con 6-7 m quota d'immersione, come per esempio Kaiser Karl VI, Sankt Georg.


SMS Sankt Georg, sutto SMS Kaiser Karl VI.


Seine Majestet Schiff  Kaiser Karl VI.


SMS Erzherzog Karl. Da Schoch Frigyes fortepan.hu.

Emil Konek ha scritto in un tono molto cortese e rispettuoso le sue memorie sulla legazione, ma fra le righe si può leggere chiaramente, che Boroević ha respinto il primo punto del progetto senza alcuna considerazione. Il generale di 62 anni, che con la sua tattica di difesa ha infatti reso il fronte italiano il fronte più stabile della Monarchia, probabilmente apparteneva a quelli che erano molto irritati dalla carriera del «giovane» comandante e le sue idee aggressive e insolite. Ha risposto a Konek, che l’artiglieria sarebbe infatti un grande appoggio, ma lui non oserebbe di usarla, perché i sottomarini e le mine potranno causare grande danno alla flotta. Emil Konek, come lo diremmo oggi, cercava di convincere il generale con argomenti tecnici, dicendo che contro le mine si potranno usare navi dragamine, mentre i cacciatorpedinieri e le torpediniere della flotta potranno allontanare i sottomarini per la durata dell’azione – ma invano. Boroević probabilmente era già stanco del dibattito, e gli ha comunicato che non aveva bisogno di nessun appoggio, era sicuro del successo dell’offensiva.
Il secondo punto del progetto – che dal punto di vista dello scopo era un’operazione praticamente senza peso – fu invece accettato da Boroević, che ha inaugurato «fortuna al giovane e rinomato comandante di flotta» (parole citate da Emil Konek, che precisamente rispecchiano la vera opinione di Boroević).
Il risultato della battaglia del Piave era riassunto così da Károly Csonkaréti: «La battaglia fra il 15 e 22 di giugno fu tragicamente persa da Boroević, con 150 mila caduti». Horthy, con la nave di battaglia Santo Stefano ha tentato l’offensiva nello stretto d’Otranto, ma la nave fu sommersa da Luigi Rizzo, che così si è liberato da essere citato al tribunale di guerra.
Miklós Horthy poteva «ripagare il prestito» a Boroević solo trentacinque anni più tardi. Nelle sue memorie scrive che l’idea della consegna della flotta al consiglio generale della Jugoslavia era l’idea del generale croato – mentre essa fu attribuita già nel libro su Horthy di Jenő Pilch, pubblicato nel 1926, a Gyula Andrássy Jr.

Grazie a Studiolium per verificare la traduzione.